Sono partita
per la Palestina il 18 luglio 2004 per realizzare un progetto
di intervento psico-corporeo per le donne e le ragazze di
due città, Hebron e Al Fawwar. L’intervento
in questo luogo era iniziato, nell’estate del 2003,
da Uisp per Adotta la Pace e Peace Games. Titolo del progetto
era “Riyadhd- Sport e cultura di pace per i giovani
e le donne di Hebron” ed il tipo di intervento era
socio-educativo. L’impatto al mio arrivo all’aeroporto
di Tel Aviv non è stato dei migliori; dopo lo sbarco
dall’aereo mi hanno tenuto in aeroporto circa tre
ore per controlli di ogni genere. Sono finalmente uscita
dall’aeroporto dove mi aspettava Maria Dusatti (direttore
tecnico di Peace Games), siamo andati a Gerusalemme, dove
ci siamo fermati per la notte e siamo partiti per Hebron
il giorno dopo.
Il progetto che si doveva sviluppare era in collaborazione
col circolo Tarik ben Ziyad ed aveva come scopo quello di
formare, dal punto di vista tecnico, sia uomini, ragazze
e donne sull’attività motoria e lo sport (futuri
tecnici palestinesi) che potessero avere competenze adeguate
per realizzare un programma per tutto l’anno.
Il giorno seguente insieme a Maria Dusatti abbiamo fatto
incontri organizzativi nelle due città per improntare
il programma di lavoro. Avevo preparato a casa un programma
di lezioni (ginnastiche dolci e varie tecniche di rilassamento
che descriverò più avanti), ma ho dovuto,
come sempre, adattare il programma alle esigenze delle partecipanti
e differenziarlo in base alle età delle persone.
Mi accompagnavano due formatori Ivan Lisanti ed Antonio
Zirottu che avrebbero lavorato con gli uomini, i giovani
e i bambini.
Prima di descrivere il lavoro che ho svolto, vorrei parlare
delle condizioni in cui vivono i palestinesi; molte cose
le ho potute constatare di persona, altre le ho raccolte
dai racconti delle persone che ho frequentato. In Palestina
avevamo contatti con due farmacisti che avevano studiato
in Italia e avrebbero fatto da interpreti ad Ivan e Antonio;
abbiamo dovuto cercare una interprete donna che mi accompagnasse
nel mio lavoro, l’abbiamo trovata, si chiama Nuha
ed è moglie di un altro farmacista che ha studiato
a Firenze; lei lo aveva seguito in Italia e parlava bene
l’italiano
( racconto tutto ciò perché le donne portano
il velo e un cappotto sopra il normale abbigliamento e non
potevo fare lezione con un traduttore uomo, poiché
si potevano togliere velo e cappotto solo in presenza di
donne).
La città di Hebron è collocata su varie colline
ad un’altezza di circa 1000 metri. Scrive Maria Dusatti
nel progetto presentato “La parte vecchia e i quartieri
che la circondano sono particolarmente controllati e la
vita della popolazione è molto difficile. Chi ha
potuto si è trasferito nelle zone periferiche, considerate
più sicure. Nell’area storica della Città
Vecchia, le abitazioni sono state distrutte dagli israeliani,
è stata tolta l’erogazione dell’acqua
e a volte dell’elettricità; solo poche famiglie,
le più miserabili, vivono dei pacchi cibo forniti
dalla solidarietà internazionale. La circolazione
delle persone all’interno di Hebron non è migliorata
dopo la seconda intifada. Le strade di accesso alla città
ogni tanto vengono chiuse e la mobilità tra i diversi
quartieri viene impedita da massi di cemento o barriere
di terra e sassi che bloccano le macchine, o da posti di
blocco che scoraggiano il passaggio a piedi”. Mi ha
raccontato Nuha che durante la seconda intifada, a causa
di questi blocchi, le donne che dovevano partorire erano
impossibilitate a raggiungere l’ospedale ed erano
costrette a partorire ai posti di blocco.
Riporto, ancora, alcuni brani di Maria “Nei giovani
di entrambi i sessi prevalgono la rassegnazione, frutto
della depressione, o la tendenza a radicalizzare il livello
di scontro contro l’occupante. Le umiliazioni provocate
dall’occupazione militare, le difficoltà del
vivere quotidiano, i tempi ed i modi necessari per compiere
le azioni più semplici, come andare a scuola, al
lavoro o a fare spesa, logorano una società sempre
più frammentata e spinta verso una radicalizzazione
dei comportamenti politici e sociali”.
Aumenta un maggior rigore delle consuetudini sociali, soprattutto
per quanto riguarda le donne, l’islamismo ha pervaso
anche gli ambienti più “laici”, il velo
per le donne è tornato “di moda” anche
per le donne che non fanno parte di comunità religiose,
è diventato una forma di “identità”
dall’altro, dal nemico. La patria si identifica con
la lingua araba, per alcuni esprime il luogo in cui si cresce,
il luogo di nascita e il luogo di protezione.
Per quanto riguarda Al Fawwar, piccola cittadina a pochi
chilometri da Hebron, esiste un campo profughi, una casa
delle donne (dove ho svolto il mio lavoro), dove le donne
si ritrovano ed ha al suo interno due laboratori, uno per
imparare il mestiere di parrucchiera e uno di cucito.
Parlerò, ora, del lavoro che ho svolto nei due centri,
descrivendo anche le tecniche utilizzate, per poi ritornare
a descrivere le condizioni di vita delle persone.
Ho impartito 10 lezioni alle ragazze di Hebron (21 iscritte,
18 partecipanti), l’età era compresa tra i
13 ed i 25 anni, l’interprete traduceva dall’arabo
all’italiano e viceversa, nelle lezioni ho utilizzato
il metodo delle ginnastiche dolci, varie tecniche di rilassamento,
esercizi in gruppo, a coppie e individuali che riguardavano
equilibrio, coordinazione e alcune situazioni ludiche. Ho
anche utilizzato il disegno della figura umana all’inizio
del lavoro, a metà lavoro e alla fine per verificare
i cambiamenti dello schema corporeo ….
Ad Al Fawwar ho impartito 9 lezioni alle donne (17 iscritte,
15 partecipanti), l’età era compresa tra i
16 ed i 47 anni, gli argomenti trattati sono stati simili
a quelli proposti al corso di Hebron, focalizzando maggiormente
il lavoro sulle percezioni corporee, sul rilassamento e
sui disegni. L’ultimo giorno in cui ci siamo incontrati
abbiamo festeggiato la fine dei corsi con scambi di doni.
Per quanto riguarda il lavoro proposto ho utilizzato le
ginnastiche dolci, il rilassamento e la respirazione.
Vorrei brevemente illustrare queste tecniche : le ginnastiche
dolci sono tecniche di origine occidentale, si propongono,
come metodo, un lavoro sul corpo che tenga presente l’acquisizione
di una presa di coscienza delle percezioni e sensazioni
corporee, della distensione delle masse muscolari troppo
tese e rigide, lo scioglimento dei blocchi muscolari, il
miglioramento della mobilità articolare. ( mi sono
avvalsa delle tecniche del metodo Feldenkrais, dell’antiginnastica
di Thérèse Bertherat e dell’eutonia
(giusta tensione) di Gerda Alexander).
Il rilassamento può essere definita
una tecnica che aiuta l’individuo a trovare momenti
di riposo (aiuta, anche, a diminuire ansie e disagi psicosomatici)
e a ricaricarsi di energia; lavoro molto importante per
una popolazione sottoposta a momenti traumatici, di ansie
e di forti disagi.
I disegni proposti hanno aiutato le partecipanti
a verificare anche graficamente i mutamenti sul loro corpo.
Ho inoltre introdotto vari esercizi d’equilibrio e
di coordinazione, che possono essere intesi non solo fisicamente
ma anche psichicamente. Per le giovani sono stati proposti
momenti di lavoro ludico. In entrambi i contesti abbiamo
lavorato in gruppo, a coppie e individualmente, tutto ciò
per favorire maggiormente la socializzazione, simbolicamente
antidoto alla solitudine, per condividere insieme i problemi.
Dopo ogni situazione di lavoro ci sedevamo in cerchio per
verbalizzare le sensazioni, i disagi, il benessere sperimentato
sia a livello fisico che psichico; tutto ciò permetteva
alle partecipanti di esternare i vissuti e constatare le
diversità delle sensazioni provate dalle diverse
partecipanti, i tempi diversi. La verbalizzazione era di
prammatica anche all’inizio del lavoro per verificare
cosa le partecipanti avevano provato a casa.
Analizziamo ora, ulteriormente , le condizioni di vita della
popolazione. I palestinesi hanno un numero alto di figli,
in media ogni coppia ne ha dai 3 ai 9, vivono in generale
in famiglie molto allargate che comprendono vari fratelli,
cugini, zii e genitori (nonni), in genere è la madre
dell’uomo della coppia che ha voce in capitolo su
tutta la famiglia. Un esempio di questo l’ho sperimentato
ad un invito a pranzo, in campagna, da uno dei farmacisti,
Fawwas; nel cortile della casa era raccolta tutta la famiglia,
bambini, sorelle, fratelli, cugini e genitori del farmacista.
Ad un certo momento i bambini, che erano davvero tanti,
hanno cominciato a litigare, la nonna ha sgridato in modo
molto deciso, c’è stato un silenzio generale
poi la vita è ripresa.(sembrava il leone nella foresta
che quando ruggisce tutto si ferma, c’è un
gran silenzio poi la vita riprende). La famiglia allargata
presenta dei pro e dei contro; protegge dal mondo esterno,
aiuta un membro della famiglia a studiare all’estero
ma può essere sede di conflitti, più o meno
evidenti, come ad esempio tra suocera e nuora. Il fatto
che le famiglie palestinesi siano così numerose spaventa
molto il popolo israeliano che vede moltiplicarsi in modo
crescente il nemico; per il popolo palestinese è
un segno che la vita continuerà ed un segno di grande
speranza. Quello che mi ha maggiormente colpito è
che questa popolazione è molto affettuosa a attenta
verso i bambini, i bambini sono molto socievoli anche con
estranei, ma questo affetto che mostrano con i figli mi
sembra in contrasto con i sentimenti che portano dentro
(odio, aggressività, depressione, sfiducia); evidentemente
riescono a fare convivere tutto ciò.
Mentre sto scrivendo questo articolo, leggo sul quotidiano
“REPUBBLICA” del 17-8-2004 che nella prigione
di Tel Mond a Kfar Sava a nord di Tel Aviv 1500 palestinesi
hanno iniziato lo sciopero della fame per chiedere un trattamento
migliore; il quotidiano scrive che le richieste sono”
installazione di telefoni pubblici, la rimozione di lastre
di vetro che impediscono contatti fisici con le famiglie
nelle ore di visita e la fine delle perquisizioni personali”.
Durante lo sciopero della fame dei detenuti i secondini
israeliani hanno improntato un barbecue di carni arrosto
nel cortile, l’odore si diffonde per tutta la prigione,
(mi sembra che non vi sia limite al sadismo e alla crudeltà
umana). “Repubblica” riporta ancora “nessuno
dei carcerati sembra finora aver ceduto, la rivolta, invece,
sembra essersi allargata e rischia di coinvolgere gli 8000
palestinesi chiusi nelle carceri d’Israele. Le autorità
israeliane hanno affermato in modo sprezzante “Sono
terroristi, possono anche morire”. In vista del probabile
caos, le autorità hanno minacciato la revoca di alcuni
“privilegi”: visione della tv, ascolto della
radio, visite dei parenti, attività sportive, di
studio e nei laboratori”.
Anche i racconti delle persone che ho incontrato, rispetto
alle modalità dei soldati israeliani, sono stati
allucinanti; irruzioni violente nelle abitazioni dei palestinesi.
Ad una persona (per cercare il fratello) hanno dato un pugno
in un occhio rovinandogli la retina, un altro(colpevole
di essere per il territorio di Hebron punto di riferimento
politico a nome del leader Yasser Arafat) è stato
incarcerato per 15 mesi, torturato perché facesse
il nome dei compagni; questa persona abbastanza ricca è
riuscita a pagarsi un avvocato e ad uscire di prigione.
Gli israeliani assoldano (in modo consistente) spie palestinesi
per avere informazioni su persone colpevoli, solo, di fare
politica e opporsi alle autorità israeliane. Nuha
(l’interprete) mi ha raccontato che il fratello del
marito è in carcere da 12 anni e ne deve scontare
altri 2, vive in una stanza piccola con 16 detenuti e d’inverno
(al nord fa molto freddo) gli viene concessa solo una coperta
per ripararsi. Una mattina, mentre andavamo a fare lezione,
mi ha raccontato che i genitori del marito e i suoi due
figli più grandi erano partiti all’alba per
andarlo a trovare con un pullman organizzato dalla Croce
Rossa (in Palestina si chiama Mezza Luna Rossa, ed è
molto attiva nel lavoro con i palestinesi).
Torniamo al lavoro che ho svolto. Nell’ultima lezione
ho posto 4 quesiti ai quali le partecipanti dovevano rispondere
per verificare il lavoro svolto.
La prima domanda è stata formulata per verificare
che cosa avessero imparato, la seconda quali lavori avessero
gradito, la terza che cosa avrebbero ripetuto, la quarta
se avessero ottenuto benefici fisici o psichici.
Le risposte ottenute sono state: sentire il corpo- aumento
della concentrazione- prendersi cura di sé stessi-
essere puntuali- tranquilli e fare movimenti divertenti-
combattere ansie col rilassamento- respirare in modo corretto-
riuscire a dormire in modo profondo- massaggi al collo e
ai trapezi- rilassamento muscoli del viso- esercizi d’equilibrio-
allungamento dei muscoli della schiena. Rispetto all’ultima
domanda, tutte hanno risposto di aver ottenuto benefici,
sia di ordine fisico che psichico.
Ho terminato il mio lavoro il 6-8-2004, sono partita il
giorno dopo per Gerusalemme, dove ho visitato la città
vecchia e ho ripreso l’aereo l’8-8-2004.
Prima di partire dall’Italia mi ha scritto Luca Modunesi
( psicologo che vive a Firenze), che era stato in Palestina
3 mesi, per darmi alcune informazioni. Luca scrive: “ho
potuto avere informazioni da alcuni psicologi di vari centri
nelle diverse zone del paese. I disagi psicologici maggiori
riscontrati sono: depressione soprattutto nelle donne e
reattiva negli uomini, paure, fobie, elevata e costante
tensione, somatizzazioni, aumento della povertà in
conseguenza della perdita di lavoro, abuso di sostanze stupefacenti,
disagi legati alla perdita di identità, minaccia
vissuta di perdere identità (vedi patria),incubi
notturni, problemi di cuore, paura per sé e per i
propri cari, problemi legati alla concentrazione, memoria
e attenzione, disagio scolastico, di ruolo, contesto sociale
frammentato, scarsa motivazione, incapacità e impossibilità
di progettazione futura.” Rispetto ai problemi di
cuore, parlando con le persone, mi hanno raccontato che
era aumentata, in modo consistente, la percentuale di infarti
anche nei giovani ventenni.
Una ultima osservazione rispetto al muro che gli israeliani
stanno costruendo; se e quando sarà terminato si
verranno a creare 8 aree isolate, sottoposte a rigidi controlli
e difficoltà crescenti per spostarsi da una zona
all’altra.
La mia testa e il mio cuore sono tuttora là, vicino
alle persone che ho conosciuto, ai luoghi che ho visitato
ed alle persone che ho incontrato.