Il viaggio per
arrivare a Kabul è a dir poco massacrante, tensioni
e aspettative trovano terreno fertile nei due giorni necessari
per arrivare a destinazione.
Unica certezza, fra estenuanti attese e controlli, è
il dover usufruire nell’ultima tratta della sola compagnia
che, per ora, azzarda l’atterraggio su Kabul: la linea
nazionale Afgana, la “famosa” Ariana.
A questi tecnici, che provvedono alla manutenzione dei veicoli,
sono sfuggiti alcuni particolari, certo non indispensabili
alla sicurezza di volo, ma necessari per la quiete dei passeggeri
e sicuramente per la mia, quali il buon ancoraggio degli
sportelli di plastica, che si aprono nelle fasi di partenza
e atterraggio e il colore dei sedili, che recuperati quasi
certamente da veicoli dismessi, si presentano dai colori
sgargianti, ma differenti.
Appena si arriva nelle vicinanze di Kabul però, il
panorama offerto dall’oblò dell’Ariana
fa dimenticare la nottata insonne i vari check in e il tipo
d’aereo al quale si sta affidando la propria vita.
La vista dall’alto è incredibile e indimenticabile,
le vette intorno alla città superano i 3000 metri
e la nascondono fino all’ultimo nonostante i suoi
1800 metri, all’improvviso la si vede apparire dietro
le montagne bianche di neve, immersa nella polvere e caratterizzata
dalle tante rovine.
L’anno corrente in Afghanistan, è il 1383,
dato curioso non tanto se riferito agli aspetti religiosi,
ma quanto se connesso agli usi e costumi e quindi alla cultura
di questo popolo.
Nella città di Kabul - dove la tecnologia la fa da
padrona - il contrasto fra stili di vita che evocano epoche
passate è evidente e palpabile in ogni angolo città,
infatti, non è difficile vedere, girando nei quartieri
centrali, auto d’ultima generazione che affiancano
carretti trainati da cavalli o da asini addobbati con rose
dai molti colori e troppo carichi di persone.
Tutto ciò all’interno di un contesto di rovine,
lasciato come eredità dagli oltre trent’anni
di guerre, tanto da far meritare a Kabul l’appellativo
di “città degli scheletri”.
Gli abitanti vivono nei malandati e tristi palazzoni sovietici
e nelle case di fango, il centro è prevalentemente
diroccato, i palazzi e le case sono segnati dai colpi di
kalashnikov oppure sventrati da missili sovietici, americani
o delle innumerevoli guerre interne scatenate dalle più
di dieci etnie che convivono all’interno di questo
bellissimo e duro quanto martoriato e fragile paese.
Appena si esce dalla caotica e affollatissima Kabul sembra
di piombare in un passato ancora più lontano; nella
periferia della città si possono vedere tende di
grandi dimensioni con “parcheggiato” all’esterno
uno o più cammelli utilizzati per trasportare cose
negli spostamenti, sono i Kuchi, nomadi che vivono di pastostorizia
e elemosina.
Nelle catene montuose interne all’Afghanistan invece,
dove cime di 4000 metri dai colori rossi, viola, verdi e
bianchi si elevano maestose verso il cielo, in mezzo ai
campi coltivati che si alternano ai campi minati segnati
di rosso, si scorgono case completamente rinchiuse dentro
mura di oltre tre metri, con torrette agli angoli, piccole
roccaforti, spesso disperse nel nulla.
Queste fatiscenti fortezze come pure i piccoli agglomerati
di case, si confondono quasi a sparire in mezzo ai pendii
delle montagne, isolate, lontane da ogni possibilità
di integrazione nel tessuto sociale, civile e morale e da
qualsiasi forma di sviluppo culturale e men che meno tecnologico,
mimetizzate nel paesaggio, in quanto costruite di fango
e paglia, e sicuramente prive di acqua e di luce.
Le poche persone che si vedono “transitare”
in mezzo a questi paesaggi, sono quasi sempre accompagnate
dal fido asinello, stracarico di materie prime, le donne
poi, avvolte nei loro burka azzurri o bianchi, sembrano
fantasmi, che si aggirano fra paesaggi lunari.
Riflettendo a posteriori mi rendo conto che la confusione
rispetto agli accadimenti degli oltre due mesi trascorsi
in Afghanistan regna ancora nei miei pensieri, i propositi
e le aspettative fantasticate prima dell’esperienza
quasi mai hanno preso la strada immaginata.
Forse non troveranno mai risposta tante domande nate in
un paese difficile e con una cultura molto distante dalla
nostra.
Prima di partire per una missione di cooperazione o un semplice
viaggio, è mia abitudine pianificare quello che dovrò
affrontare e analizzare quali compiti sono chiamato a svolgere,
nel caso specifico, cosa portare tra gli “strumenti”
professionali.
Ma gli obiettivi che avevo pianificato prima della partenza,
giorno dopo giorno si sono dissolti, ed è stato un
continuo riadattarsi alle impreviste circostanze, agli stimoli,
agli eventi e soprattutto alle persone del luogo, al contatto
umano secondo modalità così diverse, insolite
e “obsolete”.
Il mio ruolo in Afghanistan doveva essere quello di Consulente.
Seguire e supervisionare il personale locale impiegato nella
logistica della casa, sede locale dell’Organizzazione,
offrire un supporto nella qualità di Consulente Psicologo
ai Progetti Sociali che la stessa stava sviluppando, erano
gli incarichi-obiettivi a me comunicati prima della partenza
dall’O.N.G..
Riorganizzare e coordinare il personale locale che lavora
per l’O.N.G. e, se possibile, in accordo con il Country
Co-ordinator, trovare il modo più funzionale possibile,
per utilizzare le risorse umane, quindi, era il primo incarico.
Il Country Co-ordinator, è la figura che per le Organizzazioni
Non Governative, tiene i rapporti con i Donors (coloro che
finanziano il progetto), o cerca nuovi Finanziatori-Donors
per altri progetti, se l’Organizzazione intende implementare
il lavoro su quel territorio.
L’altro incarico, da seguire assieme a una pedagogista,
riguardava un Progetto sociale finanziato dall’UNICEF
il cui obiettivo e finalità consisteva nel miglioramento
delle condizioni di vita di bambini e adolescenti, che vivono
all’interno di un Centro di Recupero per ragazzi colpevoli
di un reato.
Questo progetto era chiamato “Giustizia Giovanile”.
E’ importante evidenziare che attualmente la legge
Afgana è fondata sui principi della Sharia, ossia
la legge interpretata dal Corano, e prevede l’imputabilità
dal settimo anno di età.
I compiti di noi esperti dovevano essere rivolti innanzi
tutto alla sensibilizzazione degli operatori interni al
Centro attraverso una supervisione costante per favorire
il riavvicinamento delle famiglie d’origine ai ragazzi
ed infine avviare attività scolastiche e ricreative.
Da ultimo era stata richiesta la mia Consulenza, su un progetto
che vedeva coinvolti i due orfanotrofi di Kabul, all’interno
dei quali risiedono, prevalentemente per motivi economici
delle famiglie, circa 1450 ragazzi.
L’obiettivo in questo caso era un tentativo di riavvicinamento
di alcune famiglie ai figli, il tutto il finanziato dalla
Cooperazione Italiana.
In realtà una volta arrivato a Kabul, la situazione
che mi si è presentata dal punto di vista lavorativo
era del tutto diversa da come mi era stata illustrata e
da come l’avevo programmata e immaginata, ma soprattutto
il mio ruolo non era così definito e specifico.
Il lavoro che sta alle spalle di un progetto di questo tipo,
si articola in colloqui con i direttori degli orfanotrofi,
con il personale che lavora all’interno degli orfanotrofi
e con i ragazzi e le famiglie.
Vanno selezionate ONG locali alle quali far attivare i vari
corsi, vanno valutati quali possibili supporti economici
erogare alle famiglie (micro-crediti), cercando di non offrire
direttamente danaro, ma provvedendo, attraverso contributi
per l’affitto, oppure finanziando piccole ristrutturazioni
delle abitazioni.
Le condizioni di partenza possono cambiare “in corso
d’opera” e di conseguenza parti del progetto
e relativi budget, devono essere nuovamente assegnati per
essere utilizzati in attività più idonee al
mutato contesto.
Scopo principale di un progetto, a mio parere, è
quello di formare il personale locale, attraverso informazione
e supervisione, in misura tale da potersi auspicare - al
momento della partenza degli esperti internazionali - un
proseguimento autonomo delle attività iniziate con
i progetti.
La mia attenzione inizialmente si era focalizzata prevalentemente
sul programma di riunificazione familiare, in quanto la
responsabile del progetto Giustizia Giovanile, la pedagogista
sarebbe arrivata dopo 20 giorni.
La prima settimana ho lavorato affiancato ad una persona
con due mesi di esperienza sul territorio impegnata al progetto
degli orfanotrofi.
Questo mi è stato utile sia per capire alcuni meccanismi
e modalità relazionali, sia per cominciare a pensare
a come riorganizzare il personale e quindi la logistica
della casa.
La scarsa esperienza di entrambi in lavori di Cooperazione
Internazionale non facilitava la possibilità di sfruttare
al meglio le nostre capacità e risorse professionali.
Il funzionamento logistico non era dei migliori, il personale
sembrava piuttosto demotivato, infatti, l’alternarsi
in pochi mesi di differenti Country Co-ordinator, non aveva
sicuramente favorito l’omogeneità di comportamenti,
creando disorientamento fra il personale locale, confuso
da direttive non sempre unidirezionali e trasparenti.
La logistica può sembrare un aspetto irrilevante
e di poco conto, ma la funzionalità e l’efficienza
nell’organizzazione di una casa, delle persone che
vi lavorano, dei mezzi e del personale locale impegnato
nei progetti, oltre alla tenuta dei conti, per quello che
concerne la vita nel quotidiano e per quello più
strettamente legato ai progetti sono elementi da non sottovalutare.
Non bisogna dimenticare, che ci si trova ad operare in paesi
difficili, considerati in emergenza, dove chi lavora direttamente
sui progetti, non può e spesso non ha il tempo di
occuparsi di questi aspetti meramente organizzativi.
Le problematiche nell’attuazione di un progetto sono
quotidiane come quotidiani sono gli imprevisti, quindi ritagliarsi
il tempo per aspetti organizzativi toglie tempo peraltro
indispensabile all’attuazione dei progetti stessi.
Sorge a questo punto spontanea una riflessione riguardo
a quanto abbia inciso il fattore “gender” sulla
figura dei Country Co-ordinator susseguitisi in così
poco tempo: sono state, infatti, tutte donne.
Mi preme sottolineare questo aspetto perchè mi permette
di evidenziare ancora una volta, che il luogo in cui si
trovano ad operare queste professioniste, non è una
nazione qualsiasi, ma l’Afghanistan, paese nel quale
fino all’arrivo degli americani, le donne non avevano
nessun peso, né politico né sociale e tanto
meno organizzativo-decisionale.
Questa situazione di continua emergenza e precarietà
ha fatto sì che anche l’ultima Country Co-ordinator
rinunciasse all’incarico e lasciasse il lavoro.
Mi sono quindi ritrovato da solo con l’arduo compito
di far proseguire tutte le attività, senza peraltro
aver avuto alcun passaggio di consegne.
L’Organizzazione, colta a sua volta di sorpresa da
tale evento, mi chiedeva di fare il possibile affinché
i progetti non fossero fermati.
Purtroppo la mia esperienza nella Cooperazione non era tale
da permettermi di lavorare con serenità, e sfido
chiunque a poterlo fare, trovandosi isolato, e spesso frustrato
dal punto di vista professionale, per l’impossibilità
avvalermi delle competenze in campo psicologico, in quanto
erano altre le priorità del momento.
Il non poter condividere questa esperienza, il non potere
confrontarmi e avere più punti di vista sulla situazione
non faceva che aumentare il mio senso di solitudine.
La convinzione di non abbandonare i beneficiari, è
stata la sola risorsa e motivazione che hanno fatto sì
che non mi congelassi in una posizione di stasi nell’attesa
dell’arrivo della pedagogista.
Le domande che sorgono in queste circostanze sono molteplici;
qual è il mio ruolo?, cosa devo fare per essere utile?,
cosa si aspettano i Donors? E soprattutto cosa posso dare
e quali aspettative hanno i beneficiari locali dei progetti,
ovvero tutta la gente con la quale quotidianamente dovevo
relazionarmi ed aiutare?
L’arrivo della pedagogista, è stato fonte di
sollievo per la possibilità di condividere sia di
emozioni e vissuti, sia strategie di intervento.
Il mio intervento psicologico ha però cambiato obiettivo:
non più rivolto a sostenere progetti o supportare
personale locale, bensì prevalentemente rivolto a
sostenere il ruolo e la figura della responsabile del progetto.
Come detto in precedenza ci si trova a lavorare in situazioni
difficili, dove non è facile ottenere il rispetto
e la collaborazione del personale locale, se poi si aggiungono
problemi organizzativi, i progetti di emergenza, diventano
un’emergenza anche per il personale espatriato, che
oltre a non sentir riconosciuto il ruolo da coloro con i
quali si dovrebbe collaborare, non possono nemmeno sentirsi
riconosciuti da coloro ai quali dovrebbero essere di aiuto,
in quanto la sfiducia in se stessi per i troppi ostacoli,
porta a stati di sospensione in cui non si agisce per paura
di fallire o complicare relazioni o rapporti già
precari per definizione.
Il lavoro fatto con la pedagogista, è stato per me
molto utile dal punto di vista personale e professionale,
siamo riusciti a scindere e distinguere le nostre inadeguatezze
dalle carenze e inadempienze dell’Organizzazione,
riuscendo così a riorganizzare le forze e le risorse
per dare un senso alla nostra permanenza.
Intervistare gli operatori, per individuare reali bisogni
e necessità per svolgere un compito il più
possibile psico-educativo per i ragazzi, renderli partecipi
delle nostre iniziative e idee, ha sicuramente portato a
una collaborazione utile per lo svolgimento del progetto
e per un maggior supporto ai ragazzi.
Anche i colloqui con i ragazzi, e soprattutto con le ragazze,
sulle quali spesso grava l’accusa di adulterio - e
per questo sono rinchiuse nel centro in attesa di giudizi
e sentenze, non sempre di veloce raggiungimento - hanno
favorito un nostro avvicinamento ai ragazzi, spesso abbandonati,
sia per motivi economici dei familiari, sia per la vergogna
degli stessi di dover sopportare la macchia di un figlio
reo di un piccolo furto, o di un adulterio a volte nemmeno
consumato.
I Centri di recupero, dovrebbero provvedere a un reinserimento
graduale dei bambini e dei ragazzi nelle famiglie d’origine
e nella società, non dispongono in realtà
di fondi e di risorse umane necessarie per questo tipo di
intervento, e così i ragazzi sono “parcheggiati"
in una situazione di stallo, bloccati in qualsiasi tipo
di socializzazione, scolarizzazione, evoluzione e integrazione.
Il nostro progetto, sulla carta molto ambizioso e socialmente
utile, era indirizzato proprio all’alfabetizzazione,
all’inserimento nel modo lavorativo e alla possibilità
di un reinserimento familiare di questi ragazzi.
I colloqui con gli operatori del centro sono stati a volte
molto difficili a causa della diversità di obiettivi,
le loro aspettative erano prevalentemente mirate a benefici
economici e a un alleggerimento del carico di lavoro grazie
all’aumento di personale.
Sensibilizzare queste persone a una maggiore attenzione
dal punto di vista psico-sociale e educazionale, nel contesto
di un paese, che dopo quasi trent’anni di guerre,
ha ancora come obiettivo la soddisfazione dei bisogni primari,
con una conseguente scarsa sensibilità alle problematiche
di tipo più strettamente psicologico e sociale, è
stato uno dei miei obiettivi.
Le difficoltà da me riscontrate e condivise da altri
cooperanti, ritengo siano un piccolo aiuto, per limitare
le illusioni di chi parte per mete lontane con grandi sogni
e bei propositi.
Spesso nello sviluppo di un progetto le circostanze richiedono
di mettere da parte capacità e professionalità,
per prestare più attenzione alle reali necessità
delle persone che si va a sostenere e supportare.
Non è detto che esportare modelli o soluzioni da
noi ormai convalidati come miglior strada per l’ottenimento
di certi risultati, lo sia in eguale misura in altre situazioni,
dove altre culture e altre leggi a volte consolidate dalla
consuetudine hanno permesso a quelle società di sopravvivere
fino al nostro arrivo.
E’ indispensabile orientarsi dentro i confini dati
dal tipo di società in cui si interviene, per ottenere
il miglior risultato possibile nel rispetto delle loro premesse,
trascurando se necessario i nostri obiettivi, e i nostri
modelli.
Considerare un risultato per noi negativo, comunque un risultato
positivo, ci orienterà verso un’altra strada
più agilmente percorribile nel proseguimento di quel
progetto o di altri in quel tipo di società e cultura.
Questa mia lunga, ma in realtà “breve”
esperienza, è stata stimolo di riflessioni per quello
che riguarda la spendibilità di una professione come
quella dello psicologo in paesi considerati in emergenza:
il rischio di bourn out, è molto alto, a causa dei
frequenti imprevisti e dei tempi a volte dilatati per la
realizzazione di un progetto, (spesso, infatti, hanno un
periodo di realizzazione sulla carta di soli quattro o sei
mesi), va aggiunto che senza un’adeguata preparazione
personale, prima della partenza e una rielaborazione unita
a una condivisione dell’esperienza al rientro, possa
dar modo al verificarsi di spiacevoli conseguenze personali
e professionali non sempre di facile gestione per le persone
coinvolte.